Il cambiamento climatico non sta modificando soltanto le temperature dell’aria, la frequenza delle ondate di calore o la disponibilità di acqua dolce. Uno degli effetti più profondi e meno immediatamente visibili riguarda gli oceani.

I mari stanno assorbendo una parte enorme del calore prodotto dal riscaldamento globale e stanno progressivamente cambiando temperatura, acidità, ossigenazione e circolazione. Il risultato è un ecosistema marino sempre meno simile a quello conosciuto negli ultimi decenni.

Questo cambiamento ha una conseguenza diretta anche sulla nostra tavola.

Pesci e altre specie marine modificano le proprie rotte, cambiano le aree di riproduzione, seguono le nuove disponibilità di cibo e, in alcuni casi, si spostano verso acque più fredde. Per l’industria alimentare questo significa una cosa molto concreta: il pesce potrebbe diventare più difficile da programmare, più costoso e più complesso da approvvigionare.

Il fenomeno assume un’importanza ancora maggiore per il mercato del tonno, uno dei prodotti ittici più importanti per la GDO italiana.


Un oceano che continua a scaldarsi

L’estate 2026 sta fornendo nuovi segnali particolarmente significativi.

Secondo Copernicus, già il 21 giugno 2026 la temperatura superficiale media globale degli oceani extra-polari aveva raggiunto circa 21°C, superando i precedenti record per quel periodo dell’anno. Negli ultimi tre anni le temperature degli oceani sono rimaste mediamente tra 0,35°C e 0,73°C sopra la media di lungo periodo.

A luglio la situazione è ulteriormente peggiorata: le temperature superficiali marine globali hanno raggiunto il livello più elevato mai registrato per quel mese, superando il precedente record del 2023. Particolarmente interessate sono state alcune aree dell’Atlantico e del Mediterraneo occidentale.

Non si tratta semplicemente di “mare più caldo”.

L’aumento della temperatura produce infatti una serie di effetti concatenati: modifica la quantità di ossigeno disciolto, altera la stratificazione dell’acqua, cambia la disponibilità di nutrienti e plancton e modifica la distribuzione geografica delle specie.

L’Agenzia Europea dell’Ambiente definisce questo fenomeno attraverso una sorta di “trio” particolarmente pericoloso: acqua più calda, maggiore acidificazione e minore disponibilità di ossigeno. Gli effetti si sommano e possono modificare profondamente gli ecosistemi marini.


Cosa succede al pesce quando il mare si scalda?

Il pesce non rimane necessariamente nello stesso posto quando cambiano le condizioni ambientali.

Le specie marine cercano infatti condizioni compatibili con il proprio metabolismo, la riproduzione e la disponibilità di alimenti.

Quando una determinata area diventa troppo calda, alcune specie possono spostarsi verso nord, verso acque più profonde oppure verso zone dove le correnti garantiscono condizioni più favorevoli.

Questo fenomeno è già osservabile nei mari europei.

Nel Mare del Nord e nei mari nord-occidentali europei, ad esempio, la quota di specie amanti delle acque calde è aumentata sensibilmente: secondo l’EEA, le specie “warm-favouring” rappresentano oggi circa il 64% delle specie considerate nell’area Greater North and Celtic Seas, superando quelle associate alle acque fredde.

Il problema per la pesca è evidente.

Una specie può continuare a essere biologicamente presente, ma non essere più presente nello stesso luogo, nello stesso periodo dell’anno e con la stessa abbondanza di prima.

Per un’azienda che deve programmare acquisti, lavorazioni e consegne alla GDO, questa differenza è fondamentale.

Il cambiamento climatico può quindi trasformare la disponibilità del pescato da una questione esclusivamente biologica a una questione di supply chain.


Quale impatto può avere tutto questo sulla GDO?

È probabilmente questo il punto più interessante per il settore alimentare.

La GDO non acquista semplicemente “pesce”.

Acquista un prodotto che deve essere disponibile in una determinata quantità, con determinate caratteristiche, a un determinato prezzo e in un determinato momento.

Quando la materia prima diventa più variabile, aumenta la complessità dell’intera filiera.

Per il tonno possiamo individuare almeno cinque possibili conseguenze.

1. Aumento della volatilità del prezzo della materia prima

Se il pesce è più difficile da localizzare o se la flotta deve percorrere distanze maggiori per catturarlo, aumentano i costi.

Non necessariamente il prezzo del tonno crescerà ogni anno in modo lineare.

È più probabile assistere a una maggiore volatilità.

Per la GDO questo significa maggiore difficoltà nel costruire promozioni, listini e contratti di medio-lungo periodo.


2. Maggiore rischio di discontinuità

La GDO lavora su un principio fondamentale: lo scaffale deve essere pieno.

Una disponibilità meno prevedibile del pescato può rendere più complessa la programmazione delle produzioni e aumentare il rischio di rotture di stock.

Questo è particolarmente delicato per un prodotto come il tonno, caratterizzato da un’elevata penetrazione nelle famiglie italiane.

Nel 2024 il consumo medio italiano di tonno in scatola è stato di circa 2,36 kg pro capite. Il mercato ha raggiunto un valore di circa 1,65 miliardi di euro, mentre le vendite retail sono diminuite del 4% a volume ma soltanto dello 0,6% considerando il numero di confezioni acquistate.

Il dato racconta bene la forza della categoria: anche in una fase di pressione sui consumi, il tonno continua a essere un prodotto strutturale della dispensa italiana.


3. Pressione sui prezzi al consumatore

Il problema non riguarda soltanto il costo del pesce.

La filiera del tonno deve affrontare contemporaneamente il costo dell’olio, dell’energia, degli imballaggi, della logistica e della trasformazione.

Nel periodo terminante a maggio 2025, il comparto italiano delle conserve di tonno e sgombro ha registrato una diminuzione dei volumi di circa 3%, mentre il valore è cresciuto dell’1,3%, arrivando a circa 1,6 miliardi di euro. Il prezzo medio a scaffale è aumentato del 4,5%.

Questo crea un problema molto delicato per la GDO.

Da una parte il retailer deve proteggere il margine; dall’altra deve mantenere il prodotto all’interno delle soglie di prezzo che il consumatore considera accettabili.


4. Crescita della polarizzazione dell’assortimento

Il cambiamento climatico potrebbe accelerare una tendenza già presente nella categoria.

Da un lato prodotti entry-level e private label, dall’altro prodotti premium, certificati e con maggiore valore aggiunto.

Nel Report GDO 2026 sulle conserve ittiche, il comparto registra +1,1% a valore e +1,8% a volume, mentre il prezzo medio risulta sostanzialmente stabile. Il tonno sott’olio in lattina rappresenta oltre il 54% del valore e quasi il 60% dei volumi della categoria.

La sostenibilità può diventare una leva importante.

Nel 2025/26 le vendite mondiali di tonno certificato MSC hanno superato le 400.000 tonnellate, in crescita del 39%. In Italia sono state vendute oltre 21.000 tonnellate di tonno MSC, con una crescita di circa il 50% rispetto all’anno precedente.

La certificazione, quindi, non è più soltanto una questione reputazionale.

Può diventare uno strumento di differenziazione dell’offerta e di gestione del rischio nella filiera.


5. Maggiore importanza della diversificazione

Per un operatore della GDO il futuro potrebbe richiedere una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Non significa necessariamente cambiare specie o origine ogni anno.

Significa costruire una supply chain capace di reagire quando una determinata area oceanica attraversa una fase negativa.

La disponibilità di più fornitori, più aree di pesca, più certificazioni e una maggiore capacità di pianificazione possono diventare elementi strategici tanto quanto il prezzo di acquisto.


Ma la scarsità di pesce è davvero colpa solo del riscaldamento globale?

No.

Questo è probabilmente il punto più importante da chiarire.

Attribuire ogni difficoltà di approvvigionamento al cambiamento climatico sarebbe semplicistico.

Il problema nasce dalla combinazione di più fattori:

  • Sovrasfruttamento e pressione di pesca
  • Fenomani naturali imprevedibili (come El Niño e La Niña)
  • Acidificazione degli oceani dovuti all’assorbimento di Co2 atmosferica
  • Diminuzione dell’ossigeno dovuta al surriscaldamento dell’acqua
  • Inquinamento e degrado degli habitat
  • Costi energetici, carburante e logistica

Il tonno del futuro sarà anche una questione climatica

Il riscaldamento globale sta trasformando gli oceani più velocemente di quanto spesso percepiamo osservando semplicemente la superficie del mare.

Nel 2026 i nuovi record di temperatura marina stanno rendendo il fenomeno ancora più evidente.

Ma sarebbe sbagliato tradurre questa situazione nella previsione semplicistica di un’imminente scomparsa del tonno.

Le principali organizzazioni scientifiche mostrano infatti che alcuni importanti stock di tonno, come quelli del Pacifico occidentale e centrale, sono attualmente considerati in condizioni biologiche positive.

La vera sfida è un’altra.

Il tonno potrebbe continuare a esserci, ma potrebbe non essere più nello stesso posto, nello stesso momento e allo stesso costo.

Ed è proprio qui che il cambiamento climatico incontra la GDO.

Perché quando cambia il mare, cambia anche la pesca.

Quando cambia la pesca, cambia la materia prima.

Quando cambia la materia prima, cambiano costi, prezzi, assortimenti e strategie di acquisto.

Il futuro della categoria tonno non sarà quindi determinato soltanto dalla domanda dei consumatori o dalle strategie commerciali dei retailer.

Sarà determinato anche dalla capacità dell’intera filiera di adattarsi a un oceano che sta rapidamente cambiando.

Il tonno è destinato a rimanere protagonista della tavola italiana. La vera domanda è a quali condizioni riusciremo a portarlo sullo scaffale nei prossimi dieci, venti o trent’anni.

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